12/09/2009
01 Luckless
- Ahi! Maledetta Tyche…
Chris aveva sbattuto nella piattaforma dei tuffi con il gomito, uscendo dalla vasca, e ora l’intero braccio le si era intorpidito. Sbattere capitava a tutti, ma solo lei beccava sempre il nervo. Si appese con la destra allo scalino e rimase immobile fino al placarsi del formicolio, le lunghe gambe ancora a mollo nell’acqua fresca e la schiena imperlata di goccioline. Ancora una volta si rimproverò per aver sfidato lo scalino e non aver usato la scaletta di metallo per uscire, poi si issò fino alla piattaforma e si tuffò di nuovo, in un guizzo di felicità. Amava l'acqua alla follia.
Per l’ennesima volta Tycherin fremette e abbandonò il suo lavoro. I brillantini caddero a terra mescolandosi tra di loro, il vaso che aveva davanti si sbriciolò sul pavimento con un tintinnio quasi piacevole e ogni singolo oggetto tremò sugli scaffali. L’aveva fatto ancora. La ragazza sbuffò seccata e agitò la mano verso il luccicante disastro che si era ammassato per terra, cercando di recuperare almeno un po’ di polvere. Nulla. Troppo mescolati per servirle ancora. Fu tentata di prendere il tutto a calci, poi respirò a fondo e recuperò la calma.
- E’ sempre la stessa, non è così?
Era entrato con un fruscio, posandosi proprio sul tavolo dove stava il vaso, prima di cadere. Tycherin ignorò il suo sorrisetto compiaciuto e radunò il minuscolo deserto multicolore con un movimento delle dita, facendolo poi finire in una boccetta vuota sul tavolo.
- Sì, continua a maledirmi.
- E’ colpa tua- cantilenò lo spirito - si vede che non le hai ancora dato nulla!
La ragazza continuò ad ignorare la sua espressione e lanciò un’occhiata desolata ai frammenti del vaso.
- Che se ne può fare, ora?
Vento sbatté gli occhi, scatenando un piccolo tornado sul pavimento. Le schegge di vetro ne furono investite e si ridussero a loro volta in rosea polvere luccicante, sotto lo sguardo di Tycherin che nel frattempo aveva recuperato un’altra boccetta vuota.
- Ottimismo.
Una nuova traccia di brillantini attraversò l’aria in direzione della ragazza, e una nuova sfumatura andò ad aggiungersi tra le decine di colori sul ripiano sopra la testa di Tycherin.
Chris si immerse fino a toccare il fondo della piscina, poi si voltò a fissare la superficie dell’acqua sopra di lei. Solo nell’acqua si sentiva al sicuro, solo nell’acqua la sfortuna la lasciava respirare. Fece una capriola e risalì velocemente, spingendosi verso l’alto con tutta la sua forza e riemergendo in un tripudio di spruzzi. Non sarebbe mai uscita, se fosse dipeso da lei. Il mondo sotto la superficie era ovattato, avvolgente e meraviglioso. Nuotò rapidamente verso la scaletta e risalì in un attimo, non senza grattare l’unghia dell’alluce sulla parete sommersa della piscina.
- Ah, maledetta Tyche…
Le spalle di Tycherin sobbalzarono ancora, e la sua testa fu riempita da un sommesso ronzio. Chiuse gli occhi e respirò a fondo, aspettando che si dissolvesse. Ogni volta era più fastidioso, e ogni volta ci metteva più tempo a sparire. Non sapeva più che fare. Il mondo era pieno di oggetti che lei aveva sfiorato per farla smettere, ma nemmeno uno era finito nelle sue mani. Così non poteva andare avanti.
Chris abbracciò con lo sguardo la distesa immobile dell’acqua sotto di lei, sorridendo. La meravigliosa sfumatura azzurra della piscina sembrava chiamarla, e il suo corpo bramava quell’abbraccio fresco e familiare. Alzò le braccia sopra la testa e saltò, scivolando sotto la superficie con grazia. La gioia traboccò dal suo cuore, e la ragazza si gettò in una nuova serie di capriole e avvitamenti, sentendosi spensierata e giocosa come un delfino.
Tycherin alzò le mani, le palme rivolte al cielo, e una leggera brezza iniziò a scompigliarle i capelli, vorticando tra lei e Vento e facendo risuonare i catturavento appesi al soffitto. Chiuse gli occhi e si concentrò, mentre una sottile scia di brillantini multicolori prendeva vita e usciva dalla boccetta sul tavolo per tracciarle una spirale attorno. Sentiva lo sguardo scettico dello spirito su di sé, ma continuò a cercare. Nella sua mente quel ronzio aveva un’origine precisa, ma chi lo provocava non aveva ancora un volto o un’identità. La sua mente scivolò verso quell’origine, un punto vibrante emozioni sempre più forti, e i suoi occhi videro. Il vento di Tycherin si arrestò appena al di sopra della superficie dell’acqua, incapace di proseguire, increspandola e agitandosi sopra di essa. Trovata.
Chris riemerse ancora una volta, sorridendo al sole che le scaldava il viso. Il contrasto tra la temperatura dell’acqua e quella carezza estiva a volte fin troppo calda era inebriante. Una lieve brezza improvvisa la circondò mentre saliva la scaletta, facendola rabbrividire. Offrire la pelle bagnata al vento non era mai piacevole, e Chris raggiunse rapidamente il lettino su cui aveva steso il suo gigantesco asciugamano color cioccolato.
- Brr…
Fu allora, mentre la ragazza trovava conforto avvolgendosi nella spugna scaldata dal sole, che Tycherin batté le mani una sola volta, scatenando la spirale di polveri in un fuoco d’artificio multicolore.
- Vieni…
Le sue labbra si mossero all’unisono con quelle dello spirito, in un sussurro subito mutato in un nuovo soffio di vento. Chris chiuse gli occhi nel suo caldo rifugio ai bordi della piscina e li riaprì su un nuovo scenario, un pavimento di legno coperto quasi interamente da brillantini di mille colori.
- Benvenuta…
Una voce flautata e simile ad un sospiro le fece voltare la testa, e il suo sguardo cadde su Tycherin. Occhi color dell’ambra, altissima, capelli biondi.
- Maledetta Tyche!!
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Era rimasta inebetita a fissare il balcone per lunghi minuti nei quali nulla più, nell’universo, aveva voce, importanza o significato. Sparito. Non si era chiesta se non lo avesse, forse, sognato, o immaginato. No, una volta uscita da quello stato di trance Erika aveva spalancato gli occhi ed era corsa a cercare un foglio ed una matita, cercando di tenere insieme ogni dettaglio di quel volto che l’aveva colpita così tanto.
Con il tempo quegli schizzi avevano finito per tappezzare la sua camera, e quel naso, quegli occhi e quella camicia grigia riempivano ogni centimetro dei suoi album. Eppure nessuno dei suoi disegni aveva lo stesso fascino, quell’aura di malinconia e stupore che l’aveva reso così indimenticabile ai suoi occhi. Era lì: nella sua mente, dietro le palpebre chiuse, e lo poteva vedere ogni volta che le chiudeva. Eppure non era capace di disegnarlo, non ancora.
Sorrise ancora una volta al suo viso imperfetto, poggiando la matita. No, nemmeno questo era riuscito, ma si avvicinava più degli altri. Sfiorò con la punta delle dita quei capelli appena delineati, e sospirò, ripensando al momento in cui i loro sguardi si erano incontrati. Quell’emozione che aveva letto nei suoi occhi, quello che credeva fosse malinconia…era stata così forte, sul suo volto, da trasmettersi anche a lei. Per un attimo aveva sentito come una stretta attorno al cuore, che l’aveva lasciata senza respiro. Un dolore molto profondo.
Mira era rimasta impressionata dal numero di disegni che la circondavano in maniera quasi opprimente, ma non dalla sua storia.
- Tu sei tutta matta…
- Ma no, ti dico che era lì!
- Avanti, non puoi aspettarti che mi beva la storia di un uomo che sta su un balcone e poi sparisce nel nulla!!
Mira era la sua migliore amica, ma a volte Erika aveva l’impressione che la considerasse un po’ pazza. Erano compagne di classe e si incontravano spesso dopo la scuola, ma durante l’estate si erano viste pochissimo a causa dei lunghi viaggi della famiglia di Mira.
- Non credermi, se non vuoi.
La ragazzina non si scompose, credeva fermamente a quello che aveva visto. Mira stava ancora fissando l’ultimo schizzo, quello meglio riuscito.
- E’ bello, non trovi?
- Sei migliorata, se non altro. Ti sono venuti bene, complimenti.
- Come avrei fatto se me lo fossi inventato? Credimi, c’era. L’ho visto con i miei occhi!
Non le aveva risposto. Era chiaro, anche per lei la storia era assurda, ma non per questo incredibile. Era intrigante, affascinante e molto romantico, e lei amava queste cose.
- Non te lo sei sognato, vero?
Mira l’aveva guardata dritta negli occhi, con la sua faccia seria da “ora-dimmi-la-verità”, e per un attimo lei era rimasta senza parole, poi un angolo della sua bocca aveva iniziato a tremare.
- Maddai!!
Ed entrambe erano scoppiate a ridere come due bambine piccole.
Quella stessa notte Erika sentì un soffio fresco sulla pelle nuda e si svegliò, rabbrividendo. La maglietta che d’estate indossava come pigiama si era alzata nel sonno fino a metà della pancia, e la finestra aperta aveva fatto il resto. Ormai anche agosto era finito, e le piogge avevano raffreddato l’aria. La ragazzina si alzò stropicciandosi gli occhi e guardò fuori, la luna quasi piena che illuminava la notte e le minuscole stelle sopra di lei. Sorrise al cielo notturno e chiuse la finestra, poi si tuffò a pesce nel letto, raggomitolandosi sotto il lenzuolo in una pallina di calore.
I suoi occhi erano chiusi e la sua mente era quasi affondata nel sonno quando sentì di nuovo quel soffio, sul viso e tra i capelli. Aprì un occhio, infastidita, e il tocco si spostò, scivolando lungo il suo braccio fino al polso.
- Erika…
Un sussurro, leggero come il tocco sulla sua pelle, che la costrinse a voltare la testa. Le sue dita chiusero la presa su una mano sottile e fredda, i suoi capelli si incresparono come le fronde di un salice e nel debole chiarore della luna una figura si delineò nella stanza. Erika sentiva il tocco del vento sul viso, e si rese conto che i suoi occhi non vedevano quel volto, ma solo l’aria che si increspava contro di esso tracciandone i lineamenti. Le dita fresche si strinsero a quelle della ragazzina e sorrise, inginocchiandosi su pavimento accanto al letto.
- Chi sei?
Lo sconosciuto non rispose, ma Erika lo guardò protendere le labbra per soffiare nella sua direzione. Quel soffio scivolò sul suo viso, e la ragazzina vide. C’era quell’uomo, nella visione, l’uomo che stava sul balcone. Stava immobile ad occhi chiusi, con le braccia alzate e le palme delle mani rivolte al cielo, e attorno a lui decine di oggetti vorticavano come impazziti. Sembrava che l’uomo se ne stesse all’interno di una di quelle palle di vetro con dentro acqua e neve, come se qualcuno avesse preso la stanza in cui stava e l’avesse sbattuta energicamente.
- Lo vedi?
Erika aveva annuito in silenzio, preoccupata. Il volto dell’uomo, come la prima volta che l’aveva visto, era colmo di tristezza.
- Vuoi aiutarlo?
La ragazzina alzò lo sguardo verso il volto di quell’essere, e per un attimo le parve di distinguere perfino il colore suoi occhi. Occhi freddi, color azzurro ghiaccio, il colore di un vuoto cielo invernale. I suoi capelli fluttuavano dolcemente e la sua figura aveva un alone di fascino che non riusciva a spiegarsi, tuttavia Erika esitò.
- Vieni con me, ti porterò da lui…
- Mi stai dicendo la verità?
Lo spirito sorrise e soffiò di nuovo verso i suoi occhi, verso le sue labbra, svanendo in una nuova brezza che la circondò, attraversando la sua pelle e riempiendola di vento.
Ecco. Primo capitolo del romanzo. Speriamo che Vento smetta di fare il dispettoso con me...
02/09/2009
Manca il titolo.
- Fantastico!
Chris aveva sbattuto a terra lo zaino e vi si era seduta sopra, stizzita. L’ultimo vagone del treno era rumorosamente sparito dietro le colonne della stazione deserta, lasciandola sola con il tabellone delle partenze. Era stato a quel punto che nella sua mente era apparso quel quadro.
Il maledetto, dannatissimo quadro della dea bendata.
Stava nel soggiorno, sopra la televisione, parte della stanza e di ogni ricordo di Chris legato ad essa. Il disegno perfetto, preciso quasi fosse una foto, di una donna altissima e bionda seduta in modo scomposto sulla ruota di un carro. Una benda sul viso, troppo allentata per rimanere al suo posto, che lasciava scoperto un occhio color ambra. Tyche, la personificazione di ciò che Chris non aveva e non avrebbe mai avuto: fortuna.
- Maledetta!
L’urlo di Chris era risuonato al di sopra dei binari, furioso e irrazionale. Aveva iniziato a fare freddo, lei era rimasta sola a trenta chilometri da casa e i suoi ultimi spiccioli erano andati con il biglietto. Una rapida occhiata agli orari aveva confermato i suoi timori: quello che aveva perso, quello su cui i suoi compagni erano riusciti a salire tutti, era l’ultimo treno.
Quella goccia aveva fatto traboccare il vaso. Chris si riteneva una ragazza ottimista e solare, ma all’improvviso tutta la sfortuna di quella giornata aveva iniziato ad assomigliare ad una congiura, e Tiche le era sembrata l’unica possibile responsabile.
- Maledetta Tyche!!
Chris non era mai stata una ragazza fortunata. Sin da piccola non faceva altro che mettersi nei guai, guadagnandosi la reputazione di maschiaccio. Tutte le sue amiche, da piccole, erano irreprensibili esempi di buona educazione e femminilità, mentre lei, per quanto si sforzasse, aveva sempre le mani sporche, le ginocchia sbucciate e i vestiti strappati.
Del resto a lei piaceva giocare all’aperto, con gli altri bambini del vicinato, e non c’era da stupirsi che fosse sempre in disordine.
No, quello che né lei né i suoi amici riuscivano a spiegarsi era la sua goffaggine: Chris cadeva in continuazione.
Era cresciuta, certo. Aveva abbandonato i giochi da maschio, aveva imparato a nuotare e non cadeva più così spesso come allora, ma…era distratta. Sbatteva il naso ovunque. Perdeva le cose, e i treni. Non vinceva mai, nemmeno a carta-forbice-sasso, nemmeno a testa o croce.
Con il tempo “Maledetta Tyche” sarebbe diventata la frase che ripeteva più spesso, ma in quel momento era semplicemente uno sfogo. Se qualcuno le avesse chiesto se credeva davvero nell’esistenza di Tyche Chris non avrebbe saputo rispondere. D’altronde, come darle torto? Chi poteva avere tesi pro o contro a proposito? Lei aveva “scagliato” quella maledizione spinta dalla frustrazione, dalla rabbia del momento, e niente più.
Proprio allora, in un angolo della mente di Tycherin, era cominciato quel brusio.
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Erika era abituata a guardarsi intorno ovunque andasse, a sbirciare i lineamenti degli sconosciuti per strada, ad immaginare le loro vite. Più di una volta i suoi sguardi quasi indiscreti avevano ricevuto occhiatacce ostili in risposta, ma lei ormai non ci badava più.
Era seduta sotto la fontana, all’ombra. Attorno a lei le persone camminavano rapide, chiacchieravano, ridevano, mentre lei se ne stava silenziosa ad ascoltare e memorizzare i volti che più le piacevano. Era giunta alla conclusione che la sua incapacità nel ritrarli nascesse proprio da una mancata analisi dell’anatomia facciale, e si era riproposta di fare più attenzione, di soffermarsi di più sui visi che presentavano caratteristiche particolari e di tentare di riprodurli a casa. La piazza era piena di gente, per lo più ragazzi che approfittavano della scusa del mercato per trovarsi. Erika aveva già scorto un paio di amiche che non vedeva dal tempo delle elementari, un ragazzo per il quale aveva avuto una cotta e un professore che odiava; l’intera città era in giro, quella mattina.
Per un po’ si era persa a fissare un enorme cane bianco, un meraviglioso samoiedo –aveva un debole per i cani di grossa taglia- poi la sua attenzione era stata attirata da una sagoma che subito non aveva notato.
Stava sul terrazzo di una casa antica, con le gambe oltre il parapetto e la testa china sulle persone che passavano.
“Buffo” pensò la ragazzina. Aveva guardato quella casa una ventina di volte da quando si era seduta, ma l’uomo seduto sulla balaustra le era proprio sfuggito.
Portava dei pantaloni scuri e una camicia grigia di foggia insolita, con ampie maniche. Il suo viso era concentrato su qualcosa, o almeno così le sembrava da quella distanza. Erika si alzò in piedi e si diresse nella sua direzione, incuriosita, facendosi schermo con la mano e senza staccargli gli occhi di dosso.
La mattinata era stata talmente calda da toglierle le forze e costringerla a rifugiarsi sotto la fontana, dove si era bagnata viso e polsi. Solo negli ultimi minuti aveva preso a soffiare un vento tranquillo e piacevole, e il mercato si era rianimato all’improvviso. Erika sentì il vento che si infilava sotto i suoi abiti e rabbrividì a quel contatto, infastidita. Fu proprio in quel momento che lo sconosciuto alzò la testa dal punto che stava fissando e la guardò, dritto negli occhi.
La ragazzina credette di vedere malinconia, in quello sguardo, poi il volto dell’uomo si dipinse di una sorpresa talmente improvvisa che per un attimo Erika si chiese se stesse davvero guardando lei o qualcuno alle sue spalle. Quel volto era piacevole, quasi familiare...mosse un altro paio di passi nella sua direzione, ma il vento scelse proprio quel momento per scompigliarle i capelli, trascinandole una ciocca davanti agli occhi. L’uomo la guardò ancora, incredulo, poi scomparve.
- Vento.
Derser era scivolato silenziosamente nella stanza, il corpo che compariva poco a poco delineato dalla sottile corrente che gli vorticava attorno. Non aspettò che si manifestasse, sapeva che lui era sempre presente. Un filo d’aria si insinuò tra le barrette di metallo del cattura vento, facendole tintinnare, e quella fu l’unica reazione che ottenne.
- Esistono persone che mi possono vedere, al di fuori dei sogni?
- No.
La risposta fece increspare appena la superficie di uno specchio d’acqua: minuscoli cerchi che si allargavano sempre di più.
- Ma mi hanno visto. Una ragazzina, oggi. Sulla Terra. In pieno sole e in mezzo alla folla.
- Vorrà dire che andrò a farle visita…
Il sussurro di Vento svanì lentamente, l’eco del suo bisbiglio che risuonava nella stanza scompigliando ogni piuma, ogni velo, ogni petalo e foglia.
Derser si sedette al tavolo, aprì la boccetta delle polveri indaco e iniziò a farle vorticare.
(ok, questo è il prologo del mio romanzo. Non credo che riuscirò a pubblicare un capitolo al giorno come avevo detto...credo che sarà tanto se riuscirò a farne uno alla settimana. Come vedete non ha ancora un titolo, quindi...datemi una mano a cercarlo. Grazie, people.)
19:10 Scritto in romanzo | Commenti (3) | Tag: storie lunghe, romanzo |
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