Leggete bene…

Il foglio le saltò agli occhi appena entrò nella stanza. Lo prese tra le dita come fosse un tesoro prezioso e lo aprì, delicatamente, quasi avesse paura di rovinarlo. Era così, naturalmente. Il suo bordo ormai sfibrato era una ferita che lo aveva separato per sempre da un quaderno, e le linee della piega vi si incrociavano nel centro, consunte e deboli, rendendo incomprensibili alcune parole. Vittoria sorrise. Non aveva bisogno di leggerle per elencare gli ingredienti che c’erano scritti sopra.

La scrittura le era così familiare…aveva accompagnato la sua vita da sempre. Ancora prima che fosse cosciente, lei aveva documentato ogni evento, la crescita, le prime avventure, cronache amorevoli che avevano raccolto i primi anni della sua esistenza. In seguito Vittoria aveva imparato a decifrare quei segni fluidi, ad interpretarli quando le si rivolgevano e a imitarli, ma senza mai riuscirci veramente. La sua scrittura sarebbe stata la copia di quella del padre.

300 g farina bianca

Ricordò i suoi primi assaggi, la scoperta che la farina non aveva sapore, gli esperimenti dolci e salati. Katia insisteva sempre per aiutarla quando faceva le torte, così lei le permetteva di assisterla. Entrambe amavano la parte in cui la farina veniva setacciata, formando morbide dune innevate. Vittoria amava meno la parte, inevitabile, in cui la sorellina si puliva le mani battendole insieme, sollevando nuvole di polvere finissima. Eppure per lei era sempre una magia. Era Katia, era piccola, tenera e dolce. La terza sorella, che aveva compreso al volo il sottile rapporto già esistente tra le altre due e vi si era infilata con grazia, anticipando ogni loro parola. Vittoria e Iris la adoravano.

3 g polvere lievitante

Il lievito! Vittoria rise tra sé. Era il suo punto debole, da sempre. In famiglia non si contavano le torte che aveva rovinato per non aver messo il lievito. Lo detestava. Ricordava come da piccola lo avesse scambiato per farina, infilandosene in bocca un’intera ditata.

– Bleah! Questa farina pizzica!

– Non è farina, è lievito…

– Serve per fare l’acqua frizzante?

Non andavano affatto d’accordo. Quando si ricordava di metterlo era già alla fine, e quel dispettoso rimaneva nascosto in piccoli grumi sgradevoli che rovinavano del tutto le torte. Rompere sotto i denti una di quelle palline bianche e ritrovarsi la bocca amara proprio mentre si stava gustando la pasta morbida di un dolce era…disgustoso!

Eppure lei era come il lievito: a volte troppo, a volte troppo poco. Non era abbastanza costante e non era in grado di misurare il suo entusiasmo, finendo per rovinare la maggior parte di ciò che faceva.

150 g zucchero

Lo zucchero non bastava mai. Vittoria apriva il barattolo e lo trovava vuoto, segno che Iris era arrivata prima di lei. Anche se si fosse arrabbiata non sarebbe servito a niente: Iris era cocciuta, ma era sua sorella, e condividevano un legame così profondo da rendere impossibile qualunque arrabbiatura. Le loro menti erano legate al punto che non solo si finivano le frasi a vicenda, ma riuscivano a capirsi al volo in ogni situazione e dicevano o cantavano contemporaneamente la stessa cosa o la stessa canzone. Era molto strano, visto che i loro gusti, il loro carattere e le loro attitudini erano praticamente agli antipodi, strano fino al punto che, nonostante Vittoria fosse chiaramente la maggiore, in realtà fosse proprio Iris quella matura, razionale, saggia e adulta. Era Iris a custodire tutti i suoi segreti, a sapere sempre cosa bisognava fare, a capire dove sbagliava e come rimediare. Lei era…insostituibile.

1 presa di sale

Nonostante la sua passione per i cibi salati, che la figlia aveva prontamente ereditato, Delia non amava affatto cucinare. No, l’amore per i fornelli veniva da Siria, la nonna, la dea della cucina. Vittoria l’adorava. I suoi ricordi dell’estate erano indelebilmente legati a quella donna dai capelli bianchi, dall’umorismo brillante e dall’entusiasmo sempre vivo, che ai suoi occhi creava dal nulla mille cose meravigliose. La sua casa era immensa, colma delle tracce lasciate dalla sua numerosa famiglia. Ognuno dei suoi sette figli aveva una storia diversa, un carattere complesso e unico, e Vittoria non si stancava mai di ascoltarle. Fin da quando era piccola amava trascorrere il suo tempo in quella casa, in compagnia della nonna che condivideva la sua passione per la cucina e per gli animali. Un rifugio, il suo paradiso, dove poteva imparare mille piccole cose sulla natura.

1 tuorlo d’uovo

Le uova erano la sua specialità. Le detestava sode, così a forza di frittate aveva ottenuto l’esclusiva, in famiglia. Non le venivano mai perfette come quelle di Siria, cremose e delicate, ma il suo estro creativo trasformava ogni uovo in un trionfo di sapore. Il padre, vero proprietario delle spezie che usava e del titolo di “mastro delle frittate”, non avrebbe mai immaginato che un giorno avrebbe dovuto cederle il posto. Eppure il suo primo uovo era stato rotto con molto impegno, tanto che le sue piccole dita erano finite tutte quante dentro di esso. Aveva otto anni, ma non si era lasciata scoraggiare. Con l’aiuto del padre aveva imparato una mossa dopo l’altra, un trucco alla volta: la precisione per separare il tuorlo dall’albume, il movimento del polso necessario a rivoltare una frittata, l’abilità nell’aprire l’uovo con una sola mano.

1 cucchiaio da tavola di latte

Non poteva vivere senza latte. “Il latte è la sola cosa che mi tiene in vita!!” Molti se ne erano resi conto, dal momento che fuori casa non beveva altro. Per molti si trattava quasi di uno scontro, ma per una persona, una soltanto, lo era stato per davvero. Una persona speciale di cui era pazza, al punto che il solo pensiero le faceva fiorire sorrisi sognanti, ma che aveva…questa sgradevole abitudine, l’amore per il the. Un amore sviscerato, le aveva detto, “Non posso vivere senza the, e il latte mi fa schifo.” Ma lei si era ripromessa di cambiare quella frase. E così avevano proceduto, corrompendosi a vicenda finchè non aveva preso ad apprezzarlo anche lei. E poi, finalmente, era giunta la resa, dopo un litigio. L’aveva guardata fisso negli occhi gonfi di pianto, le aveva offerto la loro tazza, come segno di pace, piena di latte caldo e miele, e aveva pronunciato le fatidiche parole:

“Non posso vivere senza te. Tu sei la sola cosa che mi tiene in vita.”

150 g burro

“E’ color panna. Prendi questa?” La voce di Iris, esasperata, in attesa che finalmente scegliesse.

“Non è panna, Iris, la panna è bianca! Semmai è avorio…”

“Avorio, panna, che differenza fa?”

Per Vittoria invece era fondamentale. La carta bianca era troppo comune, mentre lei desiderava qualcosa di diverso. Scrivere era una cosa seria, un dono prezioso, qualcosa che nella sua vita meritava un trattamento speciale.

“Beige?” aveva chiesto speranzosa, desiderando che quell’agonia finisse. Non era possibile perdere mezz’ora dietro alla carta…questa ossessione di Vittoria andava oltre ogni sua comprensione.

“Non marrone, Iri, bianco…bianco perla, bianco luna…”

“Perchè non bianco burro, allora!”

Si era illuminata. Bianco burro! Era perfetta: si differenziava dal bianco giusto quel poco che bastava per ottenere una sfumatura assolutamente adorabile. Aveva preso tra le mani la risma e annusato la carta: l’odore era molto piacevole. Aveva sorriso.

“Sei un genio, Iri…”

100 g mandorle finemente macinate

“Sembra che sia passato un topo, Vi…”

“Zitta, sbriciolatrice!”

Iris rise. Da piccola era una macchina per produrre briciole, compresi cibi apparentemente innocui come frutta o formaggi. Prese il libro dalle mani della sorella e lo scosse: una piccola pioggia bianca si riversò sul lenzuolo, come una nevicata precoce.

“Mandorle?”

“Momenti di tensione, Iri.”

Si riprese il libro. Ogni volta che la trama cadeva in un vortice di tensione, suspance o drammaticità, lei non riusciva a rimanere tranquilla. Era una brutta abitudine, lo sapeva, ma riusciva a calmarsi solo sgranocchiando mandorle, così la maggior parte dei libri si riempiva di briciole.

Le piacevano molto, perchè amava le cose croccanti e dure, anche se a volte le avevano fatto brutti scherzi. Ogni tanto, proprio mentre era più presa dalla trama e più tesa per i personaggi, ai quali si affezionava come se fossero veri, gliene capitava tra i denti una amara, riempiendole la bocca di un sapore verde e acerbo che non riusciva a sopportare. Rovinata la lettura.

“Vi…”

Si voltò verso la porta e sorrise.

“Li hai fatti per me?”

Prese dalle sue mani il piatto, lo poggiò con attenzione sul tavolo e baciò quelle labbra perfette, che le avevano sorriso milioni di volte riempiendole il cuore di felicità.

“Ho trovato la ricetta in mezzo ai tuoi scatoloni, e ho pensato che come regalo di benvenuto sarebbero stati perfetti.” Le portò un biscotto alle labbra, aspettando che lo mordesse per infilarsi l’altra metà in bocca, come avevano sempre fatto. “E’ buono?”

Vittoria chiuse gli occhi. Sentiva sulla lingua ogni ingrediente, che aveva imparato a riconoscere nella pasta croccante dopo anni di esperienza, e tutti insieme suonavano una meravigliosa melodia nella sua bocca. Ognuno di loro era un crescendo di emozioni, un prezioso ricordo che si legava perfettamente al sapore che lo rappresentava.

Si sentiva esattamente così, ora: ogni elemento della sua vita aveva contribuito a fare di lei ciò che era ora, ed era…soddisfatta, per una volta, pienamente soddisfatta di se stessa.

Guardò gli occhi chiari della persona solo per lei, che l’aveva aiutata a costruire la sua vita, che aveva condiviso ogni cosa con amore e pazienza. Guardò le pareti della loro nuova casa, quel luogo che a lungo avevano sognato e che sarebbe stato il loro rifugio, e il cuore le si gonfiò nel petto per la gioia.

Era un nuovo inizio, lo sentiva. Era la partenza verso l’esistenza che si era creata con le sue forze, ed ogni cosa era perfetta. Ogni frammento di memoria si incastrava dentro di lei, ogni emozione costruiva un meraviglioso quadro e ogni luce di felicità stava inondando tutte le cellule del suo corpo. Sorrise.

“E’ buonissimo, Alex…sei un genio.”

Stava stringendo ancora la ricetta tra le dita. La piegò con attenzione, lentamente, poi baciò la carta sgualcita.

“Grazie, mamma…”

 

 

…questo è l’elaborato con cui non ho vinto un concorso.

Buonanotte, people.

 

 

iku

Leggete bene…ultima modifica: 2009-09-06T23:16:37+02:00da ikustang
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